As câmaras da memória

Diario di un(o che continua a confermarsi un) antieroe
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"La vita per te é solo un pretesto per scrivere a ruota libera" (simon tanner aka humpty dumpty)
"Io lavoro, eri tu quello che faceva cazzate!" (Franca)

giovedì, ottobre 09, 2008

La famiglia Gallagher e la scoperta della dignità


Alla fine di quest'anno pieno per lo piu' di belle sorprese, tra gli album piu' graditi situerò con certezza assoluta Dig Out Your Soul, dei miei sempre favoriti Oasis.

Sembra strano anche a me, ma, da queste parti, colpevolmente e raramente tributo grande e giusta attenzione ad una delle band comunque piu' importanti della mia vita, non è un mistero che io fossi dalla parte dei Gallagher ai tempi dell'esplosione del brit, che seguî da vicino, in diretta, e con grande entusiasmo.

Già nel 2005 all'uscita dei fratelli di Manchester, Don't believe The Thruth, dedicai parole di tributo e rispetto, non che l'album fosse grande cosa, ma se dopo Be Here Now (incluso) abbiamo principalmente ricevuto delusioni, il nuovo/vecchio corso iniziato con l'uscita di tre anni fa non prometteva scintille, ma sicuramente ci mostrava una dignità che invece pareva si andasse smarrendo album dopo album.

Nessuno puo' negare che Morning Glory sia stato uno dei dischi piu' importanti della storia del pop, come del resto Definitely Maybe è un capolavoro immortale, e a chi ha scritto questi album non è giusto né obiettivo chiedere sforzi di originalità, o di stupire ogni volta l'intero mondo con effetti speciali. Gli Oasis, sostanzialmente, che abbiano o meno avuto l'approvazione dei fan o il conforto dei botteghini, non hanno mai smesso di fare brit pop: e anche se io mi sono spesso permesso il lusso di accusare addirittura anche Gibbard di scarsa sperimentazione, non ho mai usato muovere grosse lamentele al duo Gallagher; gli Oasis hanno inventato un genere, anzi, diciamo che lo hanno incarnato (come dicevo qualche post fa, tanto quanto gli Alice hanno incarnato il grunge) e hanno continuato a fare la loro musica, innovandola forse scarsamente, ed è normale che se raggiungi al secondo album un picco che centinaia di persone hanno inseguito una vita e sono morte senza mai nemmeno riuscire a scorgerlo entri un secondo dopo in parabola discendente, ma un passo alla volta sono comunque risaliti fino all'ascoltabilità di Dont't Believe... e al buon disco che in questo 2008 ci presentano.

Chi ha pubblicato Definitely Maybe e Morning Glory non há piu' nessun tipo di obbligo nei miei confronti, né tantomeno nei confronti della musica.

La base brit, in ogni caso, non si nasconde mai, in quello che sostanzialmente è un album permeato da diverse sonorità che mai mi sarei aspettato di ascoltare da loro, addirittura facendomi dubitare, al primo ascolto, della paternità stessa dei pezzi che avevo -ehm…- scaricato -ma tanto lo compro-, se la chitarra di Bag It Out e di the Nature of Reality è piu' americana che albionica, fin troppo americana, pare quella merda ineffabile di lenni creviz, strano per un gibsonista qual è storicamente Noel. E mentre nel pezzo che appena citato l'inganno viene svelato da Liam che trascina piu' marcatamente il suo lamento per imprimere il marchio di fabbrica Oasis, la canzone d'entrata mi ha incuriosito tanto da consumare avidamente il resto dell'album. The Turning è un pezzo forte, rockeggiante, molto aspro, Waiting for the Rapture vorrebbe esserlo, con quella distorsione aggressiva, ma ovviamente se poi ci metti una melodia morbida ti vien fuori una canzone da Oasis prima maniera, e chapeau, The Shock of the Lightning è certamente il singolone, suono convincente, canzone perfetta, pioggia, confusione, cielo grigio, pub affollati e luci soffuse, periferia di Manchester; una cartolina illustrata dell'Inghilterra e un greatest hits Oasis. Ben gradito, come anche I'm Outta Time, la tristona che fará innamorare quelli che ai tempi di definitely non erano ancora nati e Live Forever alla radio non la potevano ascoltare, e per quanto mi riguarda un pezzo così maiuscolo dai Gallagher non lo ascoltavo veramente da almeno 12 anni.

E poi una maturità diversa, fatta da arrangiamenti nuovi, forse, in Falling Out -che propone addirittura la convivenza di orchestra e distorsori forti- e in To Be Where There's Life, nelle quali si rallenta molto e ci si guarda allo specchio e ci si contempla, non direi che si tratta di essere a corto di idee, ma se ti affacci dalla finestra della cameretta per la prima volta dopo 20 anni vedrai tutto sempre con uno sguardo fin troppo miope. Sono suoni ripetuti, già ascoltati, giá metabolizzati e dimenticati, siamo al non giudicabile, mentre la tirata vigorosissima d'orecchi la sfodero per Ain't Got Nothin', che era un'idea sonora da enciclopedia del brit e alla quale i Gallagher hanno palesemente tagliato le palle in maniera del tutto e scellerata.
Paura della ripetitività? Paura della critica?
Non credo, direi piu' paura di loro stessi, di ritrovarsi di nuovo rinchiusi nella cameretta di cui sopra.

Perché è sostanzialmente il senso di quello che sto scrivendo: gli Oasis stanno cominciando a sperimentare, e se lo sono autoimposto in maniera così ossessiva che quando dovrebbero impastare il pane con la stessa ricetta di sempre per tirare fuori che ne so, non dico una Columbia, ma una Magic Pie, quasi se ne vergognano e si tarpano le ali. Ché anche la chiusura, Soldier On, è un pezzo che poteva vivere una storia diversa se l'avessero scritto nel 1994.

Ma non è il caso di recriminare piu' di tanto. L'album corre veloce, non è da primi dieci dell'anno, non è forse nemmeno degno del top 20 ma solo a causa della concorrenza molto forte, è gradevole, promettente, diverso, onesto e grezzo. Sembra una raccolta di jam sessions, eppure rimane comunque un album da gruppo al crepuscolo, sebbene con questo crepuscolo i fratelli Gallagher ci stanno dimostrando che finalmente stanno cominciando a saperci convivere. È quel che auguro, a loro e anche a me, tanti anni e tanti album ancora ben confezionati, come questi ultimi due, che non voglio definire sottotono, ma gradevoli, degni di essere comunque ascoltati piu' volte, e finalmente accostabili a quell'ispirazione che negli anni '90 gli ha messo il mondo ai piedi.
Imparare a convivere al meglio con quel macigno enorme che è Wonderwall e tutto cio' che le gira intorno; dimostrare che la Gibson al chiodo non farebbe bene a nessuno appenderla; apprezzare, della tristezza del crepuscolo, le luci piu' affascinanti.
Dig Out Your Soul: un barlume di speranza.