As câmaras da memória

Diario di un(o che continua a confermarsi un) antieroe
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"La vita per te é solo un pretesto per scrivere a ruota libera" (simon tanner aka humpty dumpty)
"Io lavoro, eri tu quello che faceva cazzate!" (Franca)

lunedì, marzo 10, 2008

Robert Smith e i percorsi di una vita


Per parlare del terzo concerto della mia vita del gruppo piu' importante della mia vita, basterebbe probabilmente fare per larghe parti un copy-paste del concerto di due anni fa a Taormina. Anche perché parlare dei Cure per me è sempre stato semplice, nel turbine di emozioni ed evocazioni che solo il nome mi porta alla mente, accompagnandomi come hanno fatto dalla preadolescenza fino all’etá adulta, e di certo il valore di un concerto a Lisboa non assume altro che il continuare ad accompagnarmi in ogni caso, ad ogni modo ed in ogni istante.

La scaletta ormai varia poco: quel poco tale da rendere necessario ogni altro concerto.
Tipo, aprire con Plainsong seguita da Prayers for Rain è un inedito per me, come inedito è stato ascoltare dal vivo per la prima volta quella che è attualmente -da due anni- la mia canzone dei Cure preferita, Disintegration, con Robert a ricordare tutto il testo. Non ci avrei scommesso.
O inserire Grinding Halt e 10:15 Saturday Night, e Wrong Number, pensando che non le varei sentite mai piu’ dalla voce del mio folletto preferito.

Anche perché, ovviamente, come sempre, non c'è nessun album nuovo.

Qualche riflessione, ovviamente triste, mi è venuta in testa. A 50 anni ballare come un cretino sul palco la credibilità ti scade ai minimi termini. L’ondulare tipico dark mentre suoni quasi vien vergogna a me di farlo, e ho meno della metà della sua età. Simon Gallupp suona da 40 anni le stesse cose e riesce a sbagliare il giro di The Walk.
Poi, chiaramente, la fauna.
Il Pavilhão Atlantico era esaurito da un mese ma la folla portoghese ha poco a che fare con la passionalità, con il fideismo maniacale del darkismo italiano. L’età media, stavolta, è altissima, nemmeno una teenager che fosse una, gli abbigliati in nero una percentuale scarsissima; dirò che mi sentivo in casa, sì, a casa mia, come dimostra il fatto che come rarissimamente accade conoscevo tutte le canzoni dei dischi che han passato prima dell’inizio del concerto, come mi sono piaciuti abbastanza –e mi son sembrati originali, d’altra parte ai Cure i concerti li aprivano i Cranes- i 65 Days of Static che hanno aperto, post un po’ troppo noise da stancare dopo 5 minuti ma con moltissime influenze Cure, ma mi sentivo comunque attorniato da estranei.
Pochi abbiam cantato Primary e Grinding Halt. M forse solo io. Non è partito il doveroso ooh-oh-oh su Play for Today.
Quando lessi la presentazione del Publico, quasi rimasi offeso dalla netta spartizione che paventarono tra fan del primo genere Cure (tra i quali mi annovero) e fan del periodo pop. Conosco molta gente fan di entrambi i periodi, e io stesso riconosco come uno dei migliori album di Smith Wish, la vera svolta easy. Ma i Cure son mancati in concerto personale (escludendo dunque i festival) dal Portogallo per 19 anni.
Insomma, il calore italico, almeno a un concerto dei Cure, questa volta cari amici portoghesi, scordatevelo.
E mentre a Taormina su The End of the World garantisco che in tanti abbiamo incrociato le braccia, qui è stato un tripudio di balli e accompagnamenti.

Mi viene in mente di colpo che Robert Smith è meno grasso.

Dal punto di vista emozionale-personale, invece, le parole saranno sempre poche e scarse per spiegare quello che ho dentro.
Se ascoltassi una canzone dei miei 15 anni, che ne so, chiuderei gli occhi e penserei al motorino in piazza con gli amici. Una di Definitely Maybe, sicuro il campo da tennis in un pomeriggio di pioggia a 16 anni. Addirittura alcune canzoni dei Litfiba, che pure mi continuano ad attraversare e che sono gli unici che amo quasi quanto i Cure, mi ricordano un momento, un periodo, una immagine.

Le canzoni dei Cure no, a parte Three Imaginary Boys -e la persona che lo sta leggendo, se ancora lo stesse leggendo, sa perfettamente che è l’unica eccezione e perché è sua e sempre rimarrà sua-, tutte si sono evolute nel corso degli anni. Hanno significato persone differenti, hanno assunto significati diversi. E continuano a cambiare, a cambiare con me.
Probabilmente potrei ricostruire la storia del divenire di alcuni miei stati d’animo e sensazioni, o percezioni delle cose da un diverso punto di vista, dal semplice ascolto di From The Edge of the Deep Green Sea.
Questo per dire ancora una volta quanto sono importanti i Cure, e per spiegare come anche stavolta le sensazioni sono state diverse e nuove, come lo sono ogni giorno e come sempre andare a guardare Robert è come avere il conforto di rivederlo ogni tanto, sapendo che c’è, che fa parte della famiglia. Avevo nostalgia di Robert quanta ne ho adesso della mia casa, credo. Sai che c’è, lo senti qui, vicino, sempre, ma a volte ti vien voglia anche di riabbracciarlo, di rivederlo, di stringergli la mano. Ché dal vivo il fratello maggiore, l’amico di tutte le tue esperienze di crescita, non cambia la voce come gli altri vecchi della musica, e sembra che stia su disco, come scrissi nel 2005, come confermo oggi. Chiudi gli occhi su Killing an Arab e Robert sembra stia nel 1978.
Poi a volte gli viene l’artereosclerosi e sbaglia il riff di Close To Me. Ma ti amo lo stesso.

Forse scadiamo a volte, un po’ tutti noi di questo popolo gotico, di questa gente con questo modo di vedere le cose, tutti neri tutti pensando alla fine d’ogni cosa, tutti nostalgici del passato, tutti tristi e tutti emo lacrime & sangue, redendoci ridicoli in alcune manifestazioni, in certi discosi, in certe esagerazioni.
Ma siamo sempre fatti della stessa pasta, e se basta uno sguardo per ritrovarsi, immaginiamo un concerto dei Cure.

L’appuntamento fisso con la nostra profondità.

4 Comments:

  • At 10 marzo, 2008 14:31, Blogger belial said…

    Condivido pienamente tutto quello che hai scritto....
    ma ti assicuro...questa volta il pubblico italiano ha lasciato un pò di amarezza dentro me....
    mi è sembrato che conoscessero solo A Forest e Play for Today...visto che sono state le uniche canzoni che abbiamo cantato e ballato tutti insieme....
    e che dire dell'atmosfera....tutti in nero ma pochi a portare quel sentimento proprio del suo essere....
    sono poca soddisfatta....
    ma che dire dei Cure....un sogno finalmente realizzato...e vedere Robert in forma e con la stessa voce di sempre(come hai detto tu...che sembrava venisse direttamente dal disco)è stata una sensazione indescrivibile....
    e Simon...con la testa rossa e il suo stile inconfondibile....
    e la scaletta da paura...(anche se Tree Imaginary Boys non me l'hanno fatta:()
    grandi...come sempre si sono dimostrati gli unici e indiscussi compagni della mia vita!
    ti saluto junkpuppet!!!

     
  • At 10 marzo, 2008 20:20, Blogger Il_Marchese said…

    Sí, lo so bene che significa cantare una canzone dei Cure da soli... Ma forse questo non serve altro a significare che senza una certa sensibilità non si arriva a tener dentro Robert o a sentirsi parte di quel meraviglioso mondo che solo lui ha saputo spiegare. Meglio pochi, fidati.

    In ogni caso finalmente li hai visti, e sono sicuro che nessuna emozione sia stata poco intensa, Anna. Lascia da parte le amarezze e vivi dentro di te fino in fondo tutti i bei ricordi di questo concerto che vivranno per tanto tempo nel tuo cuore.

    Significa allora che Robert sa che Three Imaginary è piu' mia che tua :P

    Un bacione e stai bene.

     
  • At 16 marzo, 2008 11:40, Anonymous Anonimo said…

    tre ore di concerto.. poi ti racconto..

     
  • At 20 marzo, 2008 22:34, Blogger Il_Marchese said…

    Racconta... Ma chi sei?
    Firme, please.

     

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