As câmaras da memória

Diario di un(o che continua a confermarsi un) antieroe
Vortici di pensieri disordinati: un italiano che ha anche vissuto a Lisbona, ma non per fare l'er*smus
"La vita per te é solo un pretesto per scrivere a ruota libera" (simon tanner aka humpty dumpty)
"Io lavoro, eri tu quello che faceva cazzate!" (Franca)

venerdì, novembre 16, 2007

Un post sui Joy Division: Control, la biografia caduca d'un dio

Premessa: facendo una breve ricerca su internet, ho scoperto che il film del quale tra poco vi parleró probabilmente nelle sale italiane non uscirá mai.
Al di lá del fatto che io ho la fortuna di vedere tutti i film in lingua originale (qui il doppiaggio non esiste e non è un caso che è da un po' che non vi parlo di Tom Cruise), questo l'ho visto anche in anteprima sul suolo luso a ben 4,50€.
Non era esaurito, ma vi assicuro che la sala era piena.
In Italia neanche arriva: fosse stata la storia di Costantino (non l'imperatore, e non so se ancora ce l'avete o se l'avete cambiato con qualche copia dal nome diverso), o il concerto di Vasco a San Siro, peró, avrebbe sfondato i botteghini.
Rendetevi conto da soli dello stato delle cose




Control, di Anton Corbijn, racconta gli ultimi cinque anni della vita dell'uomo che vedete qui sopra, (non dovendo aggiungere perché dovreste saperlo) morto suicida all'età di 23 anni a Macclesfield, Inghilterra, stroncato dall'amore, dalla fama, dall'epilessia.
Alla vigilia di un tour negli Stati Uniti.

La figura di Ian Curtis non ha scatenato i delirii di ipotesi e gli scarichi di colpe che scatenó un Cobain (e la differenza, cari miei, mi pare che sia abnorme), e comprendo perfettamente che il regista, scegliendo un tratto decisamente biografico,abbia dato maggior importanza al susseguirsi degli eventi che ad altro.

Ed infatti la pellicola è molto fedele al libro scritto dalla moglie di Curtis, Deborah, coproduttrice del film (e tutt'altro che severa, anzi, con il personaggio dell'amante di Ian, Annik Honoré, e questo la dice lunga sull'impostazione distaccata del racconto - la vedi Courtney Love, a prendersi colpe o ad essere oggettiva? Debby non si stacca da Macclesfield, Courtney è na zoccola).

La pellicola è molto ben fatta senza dubbio: dal liceo al tour americano passando per un matrimonio difficile, gli attori si destreggiano in modo impareggiabile.
Deborah è svampita e innamorata, disperatamente, fino all'ultimo, Annik è una giovane groupy, i New Order fanno la figura degli egoisti aggrappati al denaro, il solo Rob Gretton fedele in fondo. Molto in fondo.

Ian passa attraverso difficoltà adolescenziali, un matrimonio troppo precoce, una figlia arrivata presto, l'epilessia, un lavoro (al centro di collocamento, e lo vediamo alle prese solo con casi difficili, un'epilettica e un handicappato) assolutamente lontano da sé e dai suoi sogni, un'impossibilità nascosta di gioire della vita, di cogliere la felicità, di guardare al futuro con fiducia.
Finché non arriva anche il successo, che lo prende alle spalle e lo travolge.

Vediamo chicche spettacolari, particolari piu' o meno noti (Ian era tifoso del City, non lo sapevo ma lo sospettavo; Deborah stava insieme ad un suo amico; She's lost control è stata scritta in un momento particolare), sopratutto quando si parla di Curtis al liceo vediamo un concerto dei Sex Pistols e album a bizzeffe di David Bowie; vediamo un attore protagonista,
Sam Riley, SPAVENTOSAMENTE IDENTICO al personaggio che incarna, capace di mimare alla perfezione persino i movimenti sul palco, si tributi un'ovazione clamorosa per lui; vediamo un film in bianco e nero con un bassista sempre con la battuta pronta, un batterista stralunato, un chitarrista effeminato, una ragazza insicura; telefoni a rotella e crisi epilettiche; la fede nuziale sbattuta a centro schermo ad ogni inquadratura di ogni cocnerto.

Ma non sentiamo la pesantezza di tutto questo sulle spalle di un giovane di 23 anni che qualche mese prima aveva deciso di crare una famiglia in un sobborgo di Manchester.
Ian Curtis vive distaccato dalla band, dalla famiglia, dal mondo; la cosa peggiore è che nel film appare così silenzioso da finire per distaccarsi da sé stesso (e forse questo silenzio è la forza con la quale Deborah chiede perdono per non essersi avveduta di troppo e tanto - ma la cosa rimane in secondo piano per tutto il film), quando invece la coscienza dell'incapacità di essere una star o cio' che gli si chiedeva lo rendeva perfettamente lucido e lo ha portato all'atto estremo
(parlavo di suicidi sportivi, infatti, fatte le dovute proporzioni, qualche post fa).

Ian Curtis non chiede aiuto nella sua depressione, vive e porta tutto dentro, vive dentro la doppiezza sul palco e nella vita quotidiana coi New Order, vive dentro l'amore con la groupy e le telefonate nel cuore della notte a Debby (quanta differenza tra le ingenue coccole adolescenziali che si scambiano gli ancora giovani Annik e Ian -qual è il tuo colore preferito, che film ti paicciono- con le lacrime da uomo adulto, che interrompono qualche giorno dopo l'amplessoche consuma il rapporto logoro con la moglie), vive dentro l'epilessia e la lucidità.
Ma è troppo in secondo piano, troppo nascosta, troppo problematica la figura di Ian nel racconto del film: di percorsi psicologici azzardati o pensieri distruttivi vediamo l'ombra ma non ne cogliamo il succo; Corbijn indaga pochissimo sull'interiore del protagonista, intuiamo la presenza di molta profondità, ma non ne abbiamo un riscontro tangibile.
Rimane un personaggio incom
pleto.
Quasi sono piu' delineati i tratti dei comprimari che i suoi stessi.

Ed è forse questo l'errore piu' grave di una produzione che in ogni caso va ben oltre la sufficienza, per tema trattato, per scenografie, per colonna sonora (ovviamente), per recitazione.



Questo è un post su Ian Curtis, su un film fatto per lui, su un uomo che ha cambiato la musica e molto piu' umilmente la mia vita come pochi altri han fatto: in fondo, è un post sui Joy Division.
Che in tutta la recensione non sono mai stati nominati nemmeno una volta.

2 Comments:

Posta un commento

<< Home